Il libro esiste in italiano, in inglese e in ungherese. L’edizione italiana è quella pubblicata, l’inglese è arrivata in fondo alla revisione di stile, l’ungherese è tradotta per intero e revisionata fino a metà. Vengono dallo stesso impianto, ma non sono lo stesso libro, e la differenza non sta nelle frasi.
La cosa che ho imparato per prima è che di un manuale tecnico non traduci il testo. Traduci le convenzioni.
Il caso più netto è il massimo comune divisore. In italiano si scrive MCD, in
inglese gcd, in ungherese lnko. Non è una questione di lingua, è notazione: sono
tre simboli diversi che compaiono dentro le formule, e uno studente che legge la
sigla sbagliata inciampa proprio nel punto in cui dovrebbe scorrere. Ho quindi
tre macro distinte, \mcd, \gcd e \lnko, una per edizione, e i nomi sono
deliberatamente diversi. Potevo chiamarle tutte allo stesso modo e cambiare la
definizione a seconda dell’edizione: sarebbe stato più elegante e molto più
pericoloso. Con nomi diversi, se copio un pezzo di dimostrazione dall’edizione
italiana dentro quella ungherese, il documento non compila. L’errore compare
subito, sulla mia macchina, invece di arrivare stampato in mano a un lettore.
Una nota di colore: in ungherese la macro del massimo comune multiplo l’ho dovuta scrivere con l’iniziale maiuscola, perché il nome naturale era già preso da un primitivo di TeX. Sono i tre secondi di sconcerto che ti regala un sistema del 1978.
L’ungherese ha poi presentato un problema che non avevo previsto e che ha richiesto di cambiare uno strumento della catena. L’indice analitico si genera con un programma che ordina alfabeticamente le voci, e quello classico non conosce Unicode: sui lemmi accentati semplicemente si rompe. Ma il guaio più profondo è un altro. In ungherese cs, gy, ny, sz, ty e zs sono lettere singole, non coppie di lettere, e devono essere ordinate come tali: le voci che cominciano per sz vanno dopo tutte quelle in s, non in mezzo. Un ordinamento fatto con le regole dell’italiano produce un indice che a un lettore ungherese sembra semplicemente rotto. La soluzione è stato un generatore diverso, che accetta le regole di collazione della lingua e le applica.
Poi ci sono le decisioni che non riguardano il codice ma il lettore. Il libro italiano ha in copertina un riferimento esplicito alla laurea triennale in informatica come la conosciamo qui. Nell’edizione inglese quel riferimento resta, ma dichiarato per quello che è, cioè un corso di laurea italiano, perché al lettore serve sapere da dove arriva il libro che ha in mano. Nell’edizione ungherese l’ho tolto del tutto: quella classificazione lì non esiste, e un sottotitolo che parla di un ordinamento straniero non aiuta nessuno. Ho tenuto solo il riferimento ai corsi di informatica del posto.
C’è un ultimo dato che preferisco dire chiaro. Non ho un revisore madrelingua ungherese, e l’ungherese non lo parlo. La qualità linguistica di quell’edizione poggia su un corpus di testi di riferimento e sul confronto incrociato tra modelli diversi, che è una rete meno solida di un lettore umano competente. Lo so, è scritto nei documenti di progetto insieme al resto, e resta il punto più fragile di tutto il lavoro.
La cosa buffa è che i piani di lavoro dell’edizione ungherese sono scritti in italiano. La lingua di servizio del progetto resta la mia, anche quando il libro non parla più la mia lingua.
Ultima modifica 15/07/2026