Le parole che mi sono vietato

Nel repository del libro c’è un file che si chiama STILE.md ed è cresciuto fino a sessantasei kilobyte di sole regole di scrittura. Non contiene matematica. Contiene i divieti che mi sono imposto, e la parte più lunga è l’elenco delle parole che non ho il permesso di usare.

La prima riga della lista è “banale”. Poi vengono “ovvio”, “chiaramente”, “trivialmente” e la formula più insidiosa di tutte, “è facile vedere che”.

Sono parole che ho incontrato per anni sui libri di matematica e che ho sempre letto nello stesso modo: se questo passaggio è ovvio e io non lo capisco, allora il problema sono io. È il momento esatto in cui uno studente chiude il libro. Chi scrive quelle parole quasi sempre non vuole umiliare nessuno, sta solo segnalando che il passaggio è meccanico, ma l’effetto sul lettore che sta faticando proprio lì è di essere squalificato mentre chiede aiuto. Il mio lettore ideale è quello che a diciannove anni ero io, davanti a un muro liscio. A quel lettore la parola “banale” non si dice.

Le regole ammettono un’eccezione che vale la pena raccontare: le negazioni empatiche restano lecite. “Il dominio non è sempre ovvio” si può scrivere, perché non dice al lettore che dovrebbe già saperlo, dice che il libro sa che è un punto difficile. La stessa parola cambia mestiere a seconda di chi protegge.

Poi c’è la regola che spiazza tutti quando la racconto: è vietata la struttura “frase, due punti, elenco di tre cose”. È l’impronta digitale della prosa generata da un modello linguistico, e in un libro scritto oggi, con l’aiuto dichiarato di strumenti di intelligenza artificiale, quella cadenza è il primo segnale che il lettore riconosce anche senza saperlo nominare. Quando ne trovo una la sciolgo in prosa. Restano ammesse solo le triplette sostanziali, quelle in cui i tre casi sono davvero tre e sono esaustivi, perché lì la matematica detta la forma e non c’è niente da mascherare.

Non tutte le regole sono divieti, e alcune sono lì per proteggermi dai correttori. Nel libro uso il punto decimale invece della virgola, in un testo italiano, e la cosa fa saltare sulla sedia chiunque legga il primo capitolo. È una scelta, non una distrazione: il lettore a cui parlo scrive numeri col punto tutti i giorni. Uso la d eufonica con abbondanza, scrivo “ad un” e “ed il”. Uso “sia… che”. Tutte e tre queste cose finirebbero corrette in automatico da qualunque revisore, umano o meno, quindi stanno scritte nero su bianco nel file delle regole con l’etichetta più importante di tutte: da non segnalare.

Ed è qui che STILE.md smette di essere un documento di stile e diventa qualcos’altro. È la configurazione di un linter, con dentro sia le regole attive sia le eccezioni dichiarate. Serve a me quando scrivo alle sei del mattino e non ricordo più cosa avevo deciso a marzo, e serve a chiunque rilegga il testo per dirgli in anticipo cosa è un errore e cosa invece è la mia voce. Senza quel file ogni passata di revisione riporterebbe il libro verso l’italiano medio, che è esattamente il posto da cui sto cercando di tenerlo lontano.

Un libro tecnico non si scrive solo scegliendo cosa dire. Si scrive soprattutto decidendo cosa non dirai mai, e poi rispettando quella lista per trecento pagine.


Ultima modifica 28/06/2026